Fare a meno della tradizione

Il problema del significato della tradizione per la nostra società è colossale ed è, io credo, facile da esprimere: la società in cui viviamo sospetta di non sapere che farsene della tradizione. Se per “tradizione” intendiamo una “immane raccolta di nozioni utili”, allora nessuno nega che sia importante tenere conto di cose come la sfericità della Terra, l’efficacia della penicillina, o quella ipotesi atomica, che Richard Feynman enuncia con le parole: “Tutte le cose sono fatte di atomi”, e che indica come la proposizione che condensa la maggior quantità di informazione nel minor numero di parole. Questi sono fatti, e fatti decisivi. Ma è sempre meno significativo che gli esseri umani ne siano consapevoli: è sufficiente che essi siano incorporati nei nostri computer, nella rete con i suoi archivi e i suoi wiki, nei correttori ortografici e nei navigatori satellitari. Se il software che uso conosce le regole della grammatica, non è necessario che le conosca io.

La tradizione, però, è molto altro. È una biblioteca, una pinacoteca, un archivio musicale, ordinati e organizzati, contenenti una selezione delle opere intellettuali realizzate dagli uomini in molti secoli. Quelle opere non sono lì perché servono a costruire oggetti di utilità pratica. In cima all’elenco non ci sono manuali d’uso e schemi progettuali. Ci sono la Bibbia, Omero, Euclide, Dante, Galileo e così via. L’elenco serve in primo luogo a dire: Queste sono le cose che contano. Se vuoi capire il mondo, cerca qui.

Ogni generazione ha raccolto dalla precedente il canestro della tradizione e ha deciso cosa farsene. Alcune opere sono uscite dall’elenco, per poi essere recuperate. Altre vi sono entrate molto tardi. L’importanza dell’elenco era così grande che l’istituzione che forse più di tutte ha coltivato il ruolo della tradizione, la Chiesa Cattolica, aveva un elenco delle opere che non dovevano stare nell’elenco: l’Index librorum prohibitorum; perché un conto è nascondere e proibire, ma ben altrimenti pericoloso sarebbe stato dimenticare.

La nostra società è diversa da tutte le precedenti perché non sembra più tanto sicura che valga la pena ricordare. Di nuovo, si può delegare il compito alle macchine. Si possono creare immense biblioteche, e portarsele persino dietro dovunque grazie a qualche gadget. C’è una cosa che le macchine non faranno, naturalmente, ed è scegliere. Ecco, a noi non sembra più che valga la pena scegliere. Che scelga ciascuno di noi per suo conto, secondo i suoi gusti. Ma scegliere tutti insieme, prendersi la responsabilità di scegliere per gli altri, per gli stranieri, per i figli, sembra inutile, perfino inappropriato.

Questa è la ragione profonda per la quale la nostra società sembra sospettare di poter fare a meno della scuola.

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Informazioni su Paolo Cavallo

Nato a Foggia il 20 agosto 1959. Laureato in Fisica, insegnante dal 1985, ora al Liceo Classico Minghetti di Bologna.
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2 risposte a Fare a meno della tradizione

  1. Mical ha detto:

    “The destruction of the past, or rather of the social mechanisms that link one’s contemporary experience to that of earlier generations, is one of the most characteristic and eerie phenomena of the late twentieth century. Most young men and women at the century’s end grow up in a sort of permanent present lacking any organic relation to the public past of the times they live in. This makes historians, whose business it is to remember what others forget, more essential at the end of the second millennium than ever before.”
    Per me è un po’ una professione di fede, sebbene non condivida l’enfasi posta sull’importanza degli storici. Scelgo questa strada non per scegliere per altri, ma per riappropriarmi degli strumenti che mi consentono di scegliere per me.

    • Paolo Cavallo ha detto:

      Non credo che si tratti di “scegliere per altri”, come se gli storici fossero i professionisti della tradizione, e magari gli scienziati i professionisti della verità. Credo che le due operazioni, riappropriarsi degli strumenti per comprendere, e quindi scegliere, e comunicare/condividere le vicende di quel percorso, siano inseparabili, pena una perdità di realtà, di onestà.

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