Due culture di cui una non lo è

L’espressione le due culture è quasi una parola d’ordine nel dibattito intellettuale. Fin dai tempi del libro di C. P. Snow, essa evoca la pigrizia dei letterati e degli intellettuali di formazione umanistica, che non si rendono conto dell’importanza di quelle idee scientifiche (l’esempio originale di Snow, il secondo principio della termodinamica, non poteva essere più indovinato) nei cui confronti ostentano ignoranza e indifferenza. Oltre a sottolineare la segregazione delle due culture umanistica e scientifica, la polemica serve anche a lamentare il prevalere della prima sulla seconda nella formazione dell’opinione pubblica, nelle scelte editoriali, nella costruzione dei curricoli scolastici. Ed è così. La formazione scientifica non opera come una cultura, e questo spesso perfino nelle persone che la possiedono. Non appare come un patrimonio di idee per la comprensione del mondo. Non è vissuta come un’orizzonte di senso. E questo, per una ragione molto semplice: perché la cultura scientifica, nella persona delle istituzioni che la rappresentano, sembra non tenerci affatto a essere una cultura.

Cosa fa un intellettuale? Non un erudito, uno specialista che padroneggia tutta la letteratura di un particolare settore; ma un intellettuale generico, una delle figure intermedie fra il mondo della ricerca in qualsiasi campo e il pubblico genericamente colto? Scrive libri destinati a tale pubblico, commenta le vicende di cronaca o le tendenze sociali o di costume, recensisce i libri altrui, orienta le scelte del pubblico o di un suo settore, collabora a trasmissioni televisive o radiofoniche, illustra le novità, applica i concetti e gli strumenti per pensare tipici del suo settore di formazione a questioni più ampie e spesso meno chiaramente definite. È una figura di mediazione, di orientamento, di valutazione e di comunicazione. Il suo lavoro si esercita anche nella scuola, ma soprattutto sui mezzi di comunicazione di massa, nelle case editrici, nelle amministrazioni.
Bene, se questa descrizione è corretta, ne discende una conseguenza molto chiara. Le persone colte di formazione umanistica considerano il compito dell’intellettuale come un’espressione naturale della loro cultura, e accettano volentieri di svolgere le professioni o i ruoli che ho elencato prima. Le persone di formazione scientifica, no. A loro è stato fatto capire con energia che scrivere su un giornale, collaborare con la televisione, lavorare in una redazione, è un ripiego rispetto all’unico compito degno di questo nome: la ricerca.
In altri termini: l’intellettuale scientifico non esiste (quasi). La comunità scientifica sembra vedere con disprezzo o peggio con ostilità ogni tentativo di comunicare i risultati della ricerca a un pubblico colto e in genere a chiunque non sia disposto a subire l’addestramento imposto per anni a chiunque voglia padroneggiare una parte della scienza moderna. Un filosofo (nel senso di un laureato in filosofia) può recensire un romanzo o collaborare a una trasmissione televisiva senza che ciò appaia fuori luogo. Un fisico che faccia altrettanto può contare sulla compassione degli altri fisici, dispiaciuti che egli non abbia trovato nulla di più dignitoso da fare.

La curiosità intellettuale e il desiderio di comunicare, di far circolare nel modo più ampio le idee che ci hanno illuminato e ci hanno dato emozione sono qualità preziose. Dobbiamo essere grati a tutti coloro che le mettono in pratica ogni giorno, e si sforzano di dare un senso vitale a parole come cultura, intelligenza, amore per il sapere. Perché questo compito essenzialmente educativo deve essere esclusiva di intellettuali di formazione umanistica? Forse perché le idee della scienza non possono aiutare nessuno a vivere? Forse perché il loro posto è soltanto nelle applicazioni tecnologiche, e non nei romanzi, nel dibattito pubblico, nell’immaginazione?

Per quanto la scienza stessa renda il compito molto difficile, sono convinto che abbiamo bisogno di intellettuali scientifici. Abbiamo bisogno di una catena di mediatori fra la prima linea della ricerca e le retrovia della vita quotidiana.
C’è una bella citazione di Ursula Le Guin:

È nella natura delle idee essere comunicate: scritte, pronunciate, messe in atto. Un’idea è come l’erba. Brama la luce, ama le folle, prospera imbastardendosi, cresce meglio se la si calpesta.

Il brano è da The Dispossessed, il capolavoro del 1974. È il romanzo più bello è più politico della Le Guin. Chi parla, il protagonista, è un rivoluzionario, ed è un fisico.

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Informazioni su Paolo Cavallo

Nato a Foggia il 20 agosto 1959. Laureato in Fisica, insegnante dal 1985, ora al Liceo Classico Minghetti di Bologna.
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