Non per noi

Non ho un’idea chiara e distinta da esporre, un racconto preciso da fare. I libri mettono pensieri nella mia testa più velocemente di quanto io sappia trovare che farne. Prendiamo ad esempio questi versi di Mark Strand dalla penultima raccolta, quella con il titolo bellissimo di Blizzard of One, “Bufera di un solo fiocco”:

What we desire, more than a season or weather, is the comfort
Of being strangers, at least to ourselves. This is the crux
Of the matter, which is why even now we seem to be waiting
For something whose appearance would be its vanishing —
The sound, say, of a few leaves falling, or just one leaf,
Or less. There is no end to what we can learn. The book out there
Tell us as much, and was never written with us in mind.

Ciò che desideriamo, più che una stagione o una condizione meteorologica, è il conforto di essere estranei, almeno a noi stessi. Questo è il punto cruciale, ed è il motivo per il quale anche ora sembriamo aspettare qualcosa il cui apparire sarebbe il suo svanire — il suono, diciamo, di poche foglie che cadono, o di una foglia soltanto, o meno. Non c’è fine a ciò che possiamo imparare. Il libro là fuori ci dice questo soltanto, e non fu mai scritto pensando a noi.

Questi versi hanno una qualità che mi spinge a pensare che una persona di cultura scientifica debba leggerli diversamente da un altro lettore. (Che io sappia, Strand non ha mai ricevuto una formazione scientifica, così non credo che egli condividerebbe le mie considerazioni.) C’è quel meno di una foglia, ad esempio, che suggerisce una quantità infinitamente piccola ma ancora perfettamente definita. È tipico della matematica prendere alla lettera un procedimento consueto — sottrarre uno — e prolungarlo oltre ciò che appare immediatamente sensato, estenderlo, generalizzarlo. Così si inventano i numeri negativi o i numeri immaginari, ad esempio. Si forza il linguaggio a dire quel che non credeva di voler dire. Difficile immaginare un procedimento più poetico, a pensarci bene.

(È uno dei paradossi di Zenone di Elea a parlare del rumore che fa un grano di miglio che cade.)

Ma ad evocare la forma mentis scientifica, ai miei occhi, è in particolare l’immagine del libro alla fine del componimento. Il libro là fuori mi ricorda irresistibilmente la famosissima citazione di Galileo dal Saggiatore, il libro che è l’universo stesso, e di cui Galileo ci dice che “è scritto in lingua matematica”. Essere scritto con caratteri che “son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche” non è però l’aspetto più importante di quel libro, per chi ha costruito parte della sua vita sul desiderio di leggerlo. Più importante è che “non ci sia fine a ciò che si può apprendere”. E più importante ancora è la convinzione che esso sia out there, “là fuori”, che sia reale e non un frutto dell’immaginazione con la quale costruiamo il mondo.

In questa luce, le ultime parole, a proposito del fatto che il libro non sia stato scritto (non si sia scritto) pensando a noi, acquistano una tonalità emotiva differente. Non sono più, come forse volevano essere, tristi. Perché è la nostra più intima speranza che quel libro non ci riguardi, che abbia un senso a prescindere da noi stessi, che non abbia “nulla di umano”. È la speranza di cui parla ancora Einstein, quando scrive che il suo desiderio è “dare un’occhiata alle carte di Dio”.

E quel paradossale desiderio del “conforto di essere estranei, se non altro a noi stessi” potrebbe essere un motto del lavoro della scienza, del suo tentativo continuamente ripreso, forse perennemente frustrato, di toccare qualcosa di mai toccato da mani umane — e di lasciarlo tale.

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Informazioni su Paolo Cavallo

Nato a Foggia il 20 agosto 1959. Laureato in Fisica, insegnante dal 1985, ora al Liceo Classico Minghetti di Bologna.
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