Davanti a me, una casa

Vorrei scrivere un post in cui non ci sono idee da esporre o una storia da raccontare. Vorrei testimoniare di quello che potrei definire un imbarazzo felice: di fronte al ritorno spontaneo, improvviso, di qualcosa che la memoria rivendica come passato, ma che invece si impone come presente nel modo più ricco e più intenso.

Si tratta di una casa. Una casa in cui non sono mai entrato, che ho ammirato per poco tempo appena, e che non ho più visto da sei mesi. La coscienza, che infaticabilmente ricostruisce e ordina il mondo, mi ripete che la casa si trova — è restata — a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, in uno spazio aperto lungo la strada che corre sulla riva destra del Ping, a metà strada fra il ponte Nawarat che scavalca il fiume verso est e il monastero Chai Mongkol, dal cui molo ci si imbarca per brevi crociere turistiche a monte della corrente. Perfino in questo resoconto oggettivo e accertabile è implicato che la casa è incongrua, qualcosa che appare fuori luogo, qualcosa come uno spettro. Perché questo luogo in cui si trova (questo di cui scrivo e non quello da cui scrivo) non è il luogo in cui è stata costruita, più a nord, più di un secolo fa. Qualcuno, con un comprensibile trasporto per la sua bellezza, ha smontato la casa, come si fa in modo abbastanza facile con le case in tek, e l’ha montata nuovamente in quest’angolo relativamente tranquillo ma accessibile di Chiang Mai, monumento a se stessa e a una tradizione architettonica di cui rimangono poche magnifiche tracce in tutto il regno.

Fin qui, il verbale della memoria.

Per esso è irrilevante la circostanza che mi spinge a scriverne. Il fatto che qualche sera fa, mentre aspettavo il sonno nel mio letto, in una casa molto diversa, la casa mi sia apparsa presente, vivida, luminosa nelle sue travi di legno scuro, nel disegno elegante dell’intaglio che corre intorno al tetto. Eccola qui, la casa che non c’è. Come un grande animale che fa muto un passo fuori dal buio. Eccola così come l’abbiamo vista con stupore la prima volta, sotto un temporale violento, in una chiazza di luce elettrica nella sera gonfia d’acqua, con la pioggia che ci spingeva via come un torrente provvisorio. Eccola come l’abbiamo rivista di proposito il mattino dopo, rintracciando i nostri passi per ritrovarla, per camminare intorno alle sue finestre chiuse e alle palafitte che non le serviranno più. Eccola, rivista ancora una volta, dal fiume, in battello, già con l’emozione del riconoscimento che è un’ammissione di mortalità. La casa è qui. Non piccola come un ricordo, ma grande, da muovercisi attorno e da sognare di nuovo di entrarci: salda, bella come un’antica voce profonda.

Come la prima volta, anche ora la casa non significa nulla, non sta cercando dirmi nulla, riempie tutti i discorsi che posso farne e ne avanza ancora.

Soltanto una parola, ancora: Tutto ciò di cui abbiamo mai fatto esperienza è ancora qui — qui, o lì, dove siamo allora, ora. Non è semplicemente davanti a noi, ma tutt’attorno, ci circonda da ogni parte, ci precede e ci aspetta. Non è mai andato via. Tutto, assolutamente tutto, è sempre ancora sul punto di essere perduto.

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Informazioni su Paolo Cavallo

Nato a Foggia il 20 agosto 1959. Laureato in Fisica, insegnante dal 1985, ora al Liceo Classico Minghetti di Bologna.
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