Fedeltà

Ci sono per me, come forse per tutti, alcune idee o costellazioni di simboli e concetti, la fedeltà alle quali è indistinguibile dalla fedeltà a me stesso. Riconoscerne l’importanza è allora una questione di elementare decenza. Ma di questo riconoscimento fa parte una certa ritrosia a parlarne, un certo pudore. Ci sono parole che non abbiamo bisogno — ci sembra — di dire a noi stessi, e che non sappiamo come dire ad altri, nel timore forse infondato di essere compresi troppo in fretta. Tacere è triste e in fondo assurdo; parlare non è mai abbastanza preciso, abbastanza delicato, abbastanza onesto. Capita così che non si arrivi mai a confessare qualcuna delle nostre più radicate fedeltà. Questo vale per me a proposito del cristianesimo.

In fondo è semplice dirlo: per me il cristianesimo è importante. Tutto qua. Ma queste semplici parole, troppo semplici, sono la fessura attraverso la quale mi sembra che un’intera folla di spettri si precipiti per assalirmi. Un’intera gerarchia di spettri, a dire il vero. Legioni di dogmi e testi dottrinari. Orde di riti, credenze, immagini consolatorie. Collegi di affiliazioni e autorità. Io dico: il cristianesimo; e se sono fortunato chi mi ascolta mi guarda con aria educatamente sconcertata. Perché non vede cosa abbia a che fare con me l’insieme di convinzioni tiepide e confuse e di abitudini e di ripugnanze che si è soliti indicare con questo nome. E, appunto, non è questo che intendevo dire.

That is not it at all,
That is not what I meant, at all.
T. S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock

Il fatto è che io appartengo per generazione a un mondo che ha creduto di dovere e potere farsi carico di tutta la tradizione giunta fino alla sua attualità, di esserne responsabile, anche là dove non si poteva più ridire ma soltanto disdire, contraddire, perfino maledire. Ma vivo oggi, come tutti, in un mondo dove la tradizione è soltanto una collezione di merci come un’altra: un catalogo da cui scegliere ciò che ci serve, ciò che ci piace.

Invece, se dico: Per me il cristianesimo è importante, intendo che per me il cristianesimo, tutto il cristianesimo, ma in primissimo luogo le Scritture, sono importanti e allo stesso tempo sono un problema, per lo più un problema senza soluzione, un problema sgradevole.

I Vangeli, ad esempio. Sarebbe comodo farne un centone di affermazioni rassicuranti o suggestive, e lasciar perdere le altre. Ignorare che in Gv 3, 36 il Battista minaccia:

Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui.

La mia amica Madé, che porta offerte a Shiva, o il mio amico Zaw Zaw, che in casa ha un altarino per i nat, sono “condannati dall’ira di Dio”? Questo non posso ammetterlo. Ma non posso dimenticare che un testo, senza il quale la mia mente sarebbe inimmaginabile, contenga frasi come questa.

Io sono fedele, allora, sì, questa è la parola giusta. Purché sia chiaro che la mia fedeltà è a un problema, e a nessuna delle soluzioni che si è preteso di darne nei secoli.

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Informazioni su Paolo Cavallo

Nato a Foggia il 20 agosto 1959. Laureato in Fisica, insegnante dal 1985, ora al Liceo Classico Minghetti di Bologna.
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