Rifugio

Nella particolarissima autobiografia che ha composto a partire dalle lettere scambiate con il suo insegnante di Analisi Matematica alla High School, Steven Strogatz racconta fra gli altri un episodio che mi costringe a vedere me stesso nella luce che egli getta su di sé. Non accade spesso che un evento personale e segreto sia colto nelle parole di un altro. Allora capita di sentirsi quasi defraudati; o, al contrario, di sentire la conferma di una simpatia che era andata crescendo con la lettura. È come quando, per strada, cogliendo la somiglianza fra uno sconosciuto e una persona che ci è stata vicina molto tempo fa, crediamo assurdamente che il nostro sentimento sia ricambiato, che il nostro volto susciti nel passante la stessa emozione inafferrabile. In quei momenti il libro che stiamo leggendo ci legge a sua volta, perfino ad alta voce.

Steven Strogatz è docente di Applied Mathematics (che si traduce con Matematica applicata ma non suona in inglese allo stesso modo che in italiano) alla Cornell University, ed è autore di un manuale molto importante di dinamica non lineare. Il suo libro per il grande pubblico, Sync, è un raro esempio di testo in cui la passione e il talento degli scienziati per la ricerca di problemi viene descritta con vivacità e con chiarezza.

Nel 2009 Strogatz ha pubblicato The Calculus of Friendship, dove ricostruisce alcune vicende della sua vita e di quella del suo ex insegnante Don Joffray, non “a partire da”, ma accanto e come di fronte alle lettere che Strogatz e Joffray si sono scambiati per più di trent’anni. In quelle lettere la “vita reale” è quasi del tutto assente. Il loro contenuto è fatto di problemi appassionanti, brillanti intuizioni, difficoltà ostinate e suggestive riformulazioni geometriche di problemi analitici. Le lettere sono le lettere di due uomini che amano con trasporto la matematica, e sono grati l’uno all’altro per la possibilità di condividere questo amore; che è anche, senza soluzioni di continuità, l’amore che si portano a vicenda.

A p. 85 Strogatz parla del funerale della madre, morta improvvisamente. Scrive:

My brother-in-law gave the eulogy, and at some point during it, I heard wailing sounds coming out of myself. Incredible wails, like you see in the movies sometimes. I’d always thought those actors were over the top but realized then that they weren’t. People really do wail. I was wailing. Chest heaving, animal sounds I’d never heard myself make.

“Mio cognato fece il discorso funebre e, a un certo punto durante il discorso, udii dei suoni lamentosi che uscivano da me. Lamenti incredibili, come certe volte si vedono al cinema. Avevo sempre pensato che quegli attori recitassero sopra le righe, ma compresi allora che non era così. La gente getta davvero dei lamenti. Io stavo gettando lamenti. Dal mio petto oppresso uscivano dei suoni animali che non avevo mai sentito provenire da me stesso.”

Mi piace la precisa, onesta decenza umana di queste parole. So che sono corrette. Ho vissuto un’esperienza molto simile diciotto anni fa, quando di fronte ai nastri per la consegna dei bagagli nell’aeroporto di Linate Gloria mi ha dato il più dolcemente possibile la notizia della morte di mio padre. Senza avere il tempo di pensare a nulla, mi sono messo a piangere. Deve essere stato strano, vedere una persona che inizia improvvisamente a piangere così come un semaforo diventa verde, senza preavviso, senza che nessun altro dettaglio del suo contegno muti. Avevo sempre sospettato che a una notizia simile sarei apparso insensibile, che non avrei mai potuto piangere di fronte a una notizia immaginata tante volte e inevitabile. Mi sbagliavo. People really do wail.

Prima e dopo il racconto dell’episodio che ho citato, Strogatz riporta delle lettere di argomento matematico. Poco prima abbiamo letto la discussione fra i due interlocutori a proposito del calcolo di alcuni integrali. Subito dopo troviamo un esempio di una tecnica descritta da Feynman, che aveva affascinato gli studenti di Joffray. Anche questo mi piace. So di cosa si tratta. Sono stato vicino a Gloria febbricitante per un colpo di sole a Phitsanulok, nelle piane centrali della Thailandia; sono rimasto seduto fuori della sala dove dei medici la esaminavano. So che in quelle situazioni ho aperto un libro di fisica e ho lavorato su alcune tecniche per risolvere in casi elementari l’equazione di Schrödinger. Ho cercato la dimostrazione di un teorema di geometria. Mi sono fatto coraggio calcolando.

I miei come quelli di Strogatz e di Joffray sono certamente tentativi di trovare rifugio da una realtà troppo penosa da guardare direttamente negli occhi. (Il calcolo è il mio specchio di Perseo, per avvicinarmi a Medusa di spalle e all’indietro, senza fissarla.) Ma sarebbe ingiusto dire che cerchiamo rifugio nella – pretesa – trascendenza dei teoremi o delle leggi fisiche, nella promessa di permanenza offerta dal linguaggio contro il mondo. Mi vengono in mente certe pagine di Yves Bonnefoy, che mettono in guardia contro questa tentazione. È senz’altro possibile che si cerchi rifugio nell’immutabilità inumana di una Verità Matematica o di una Poesia Assoluta. Però, credetemi, non è il nostro caso. (Se Strogatz può riconoscere me senza conoscermi, credo di conoscere lui a mia volta.) Se cerchiamo rifugio, lo facciamo nella nostra capacità di risolvere un problema. Il mondo minaccia di sommergerci, di trovarci trascurabili, inesistenti, tendenti a zero. Di fronte alla minaccia di non esistere, cerchiamo rifugio nella nostra capacità di produrre degli effetti. Cerchiamo un appiglio, una presa. Cerchiamo nella matematica qualcosa che soltanto essa sa donare con sempre rinnovata generosità: la conferma della potenza di agire della nostra mente.

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Informazioni su Paolo Cavallo

Nato a Foggia il 20 agosto 1959. Laureato in Fisica, insegnante dal 1985, ora al Liceo Classico Minghetti di Bologna.
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Una risposta a Rifugio

  1. Nautilus ha detto:

    Ho letto, e ho molto apprezzato.

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