Le matematiche severe

Apro uno dei testi letterari che da sempre amo con più immediatezza: Dévotion, di Yves Bonnefoy, un brano del 1959 come me. (Poesia? Prosa? Bonnefoy lo ha pubblicato sia nel suo primo volume per la collana di poesia di Gallimard, sia nella prima grande splendida raccolta di saggi, L’Improbable.) Leggo, alla seconda riga, che dopo “alle ortiche e alle pietre”, la devozione del poeta va:

Alle “matematiche severe”. Ai treni male illuminati di ogni sera. Alle strade di neve sotto la stella senza limite.

(Più sotto: Alle parole pazienti e salvatrici. Ma una delle ultime poesie afferma, in clausola: La parola non salva, talvolta sogna. Chissà se conta, in qualche modo, che “parola” sia, nel 1959, mot, e nel 2010 parole.) Continua a leggere

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Il nome del bulbul

Qualche giorno fa ho speso uno degli ultimi pomeriggi liberi dell’autunno cercando di scoprire come si chiamasse l’uccello il cui nido occupava il paralume sferico di vimini della lampada sulla terrazza della nostra camera a Legian, Bali. Vent’anni fa sarebbe stata un’impresa impossibile. Invece, dopo due ore, decine di ricerche su Google, centinaia di click da un file di birdwatching a un sito di fotografie amatoriali e così via, ho finalmente trovato un breve filmato che mostrava un uccello uguale a quello che ci abitava vicino – anzi, ai miei occhi di scimmia fuori posto, lo stesso uccello, indiscernibile da quello – e che riportava il nome latino che cercavo, lo stesso nome che poco dopo mi ha procurato la conferma definitiva sotto forma di un’intera pagina di immagini ben riconoscibili. Continua a leggere

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Due culture di cui una non lo è

L’espressione le due culture è quasi una parola d’ordine nel dibattito intellettuale. Fin dai tempi del libro di C. P. Snow, essa evoca la pigrizia dei letterati e degli intellettuali di formazione umanistica, che non si rendono conto dell’importanza di quelle idee scientifiche (l’esempio originale di Snow, il secondo principio della termodinamica, non poteva essere più indovinato) nei cui confronti ostentano ignoranza e indifferenza. Oltre a sottolineare la segregazione delle due culture umanistica e scientifica, la polemica serve anche a lamentare il prevalere della prima sulla seconda nella formazione dell’opinione pubblica, nelle scelte editoriali, nella costruzione dei curricoli scolastici. Ed è così. La formazione scientifica non opera come una cultura, e questo spesso perfino nelle persone che la possiedono. Non appare come un patrimonio di idee per la comprensione del mondo. Non è vissuta come un’orizzonte di senso. E questo, per una ragione molto semplice: perché la cultura scientifica, nella persona delle istituzioni che la rappresentano, sembra non tenerci affatto a essere una cultura. Continua a leggere

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Affezioni dermatologiche

U Soe Myint (il funzionario di un’agenzia di viaggio birmana, e fervente catechista cattolico, che ha accettato di gestire il piccolo fondo raccolto da alcuni nostri amici e da noi per permettere a Soe Lin e Hnin Hnin di studiare) ci scrive che la malattia alla pelle di Soe Lin dovrebbe guarire in poche settimane: così valutano i due specialisti presso i quali lo ha portato, purché il ragazzo segua la cura con puntualità. Certo, aggiunge, come avevamo già osservato insieme durante il nostro ultimo incontro, le condizioni igieniche nelle quali vivono le due famiglie sono precarie. È un piccolo miracolo che sia Soe Lin che la cugina Hnin Hnin, a quattordici anni, siano ancora così puliti, dentro e fuori. Continua a leggere

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La Verità, le scienze e i brividi lungo la schiena

Ho appena finito di leggere, con grande piacere, Contingency, irony and solidarity di Richard Rorty. È un libro controverso e fortunato di vent’anni fa, probabilmente uno dei testi più efficaci del cosiddetto postmodernismo in filosofia e di quella corrente intellettuale per la quale sarebbe ormai arrivato il momento di rinunciare all’idea che la verità sia “là fuori”. (O “qua dentro”, il che fa lo stesso.) Non saprei dire quanto Rorty sia ancora importante per il dibattito filosofico contemporaneo; e, per dirla con un altro classico del pensiero moderno: Frankly, my dear, I don’t give a damn. Nel linguaggio stesso di questo libro, posso ammettere di averlo trovato molto utile personalmente, efficace nell’aiutarmi a passare da un lessico ideale (fondamentale quanto privato) ad un altro. Se il vantaggio si rivelerà duraturo, saranno appunto le contingenze della mia vita a deciderlo. Continua a leggere

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Una visita in collegio

L’abbiamo lasciata, a gennaio, alla fine della scuola media, con i vestiti di una bambina che vive per lo più per le stradine di un piccolo villaggio, e un contegno così riservato da sembrarci altero. La ritroviamo nell’uniforme bianca e verde e severa del collegio di Mandalay dove ha iniziato da un paio di mesi a frequentare la scuola superiore, e pronta a scoppiare a piangere quando ci vede, o ogni volta che qualcuno nomina il villaggio di Mingun o le ricorda le amiche che ha lasciato lì, in mezzo alle palafitte o sulle rive dell’Ayeyarwaddy. Continua a leggere

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Gradienti

Il Chatuchak, a Bangkok, aperto nel fine settimana, è probabilmente il mercato più grande del mondo. Un’area enorme è divisa in stretti e lunghi corridoi, lungo i quali sono allineate migliaia di bancarelle di ogni tipo. L’organizzazione è tematica, e la scelta dei temi è illimitata: qui c’è la seta, laggiù l’abbigliamento sportivo, in quell’altra direzione l’arredamento e l’antiquariato, da questa parte gli animali domestici e no. L’esperienza ha qualcosa di monumentale, e di esilarante o, se si preferisce una vecchia terminologia, di sublime. Ammiriamo uno spettacolo che potrebbe travolgerci, un labirinto in cui potremmo perderci, eppure ci protegge in qualche modo la sensazione che nulla di male ci possa raggiungere. Continua a leggere

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