Rifugio

Nella particolarissima autobiografia che ha composto a partire dalle lettere scambiate con il suo insegnante di Analisi Matematica alla High School, Steven Strogatz racconta fra gli altri un episodio che mi costringe a vedere me stesso nella luce che egli getta su di sé. Non accade spesso che un evento personale e segreto sia colto nelle parole di un altro. Allora capita di sentirsi quasi defraudati; o, al contrario, di sentire la conferma di una simpatia che era andata crescendo con la lettura. È come quando, per strada, cogliendo la somiglianza fra uno sconosciuto e una persona che ci è stata vicina molto tempo fa, crediamo assurdamente che il nostro sentimento sia ricambiato, che il nostro volto susciti nel passante la stessa emozione inafferrabile. In quei momenti il libro che stiamo leggendo ci legge a sua volta, perfino ad alta voce. Continua a leggere

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Fedeltà

Ci sono per me, come forse per tutti, alcune idee o costellazioni di simboli e concetti, la fedeltà alle quali è indistinguibile dalla fedeltà a me stesso. Riconoscerne l’importanza è allora una questione di elementare decenza. Ma di questo riconoscimento fa parte una certa ritrosia a parlarne, un certo pudore. Ci sono parole che non abbiamo bisogno — ci sembra — di dire a noi stessi, e che non sappiamo come dire ad altri, nel timore forse infondato di essere compresi troppo in fretta. Tacere è triste e in fondo assurdo; parlare non è mai abbastanza preciso, abbastanza delicato, abbastanza onesto. Capita così che non si arrivi mai a confessare qualcuna delle nostre più radicate fedeltà. Questo vale per me a proposito del cristianesimo. Continua a leggere

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Davanti a me, una casa

Vorrei scrivere un post in cui non ci sono idee da esporre o una storia da raccontare. Vorrei testimoniare di quello che potrei definire un imbarazzo felice: di fronte al ritorno spontaneo, improvviso, di qualcosa che la memoria rivendica come passato, ma che invece si impone come presente nel modo più ricco e più intenso. Continua a leggere

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Qua fuori

Gli oggetti di cui parla la scienza sono da essa stessa costruiti. Per mio conto, sono incapace di dubitare di questa affermazione. Chi ha osservato immagini diverse di uno stesso corpo celeste, fotografate con dispositivi diversi e in lunghezze d’onda differenti; o chi ha mai lavorato per ore — magari da ragazzo, in un improvvisato laboratorio casalingo — per ottenere un vetrino nel quale, al microscopio, una cellula si presentasse sotto un aspetto almeno simile a quello dei libri di testo, non può davvero pensarla diversamente. Non si tratta di illudersi che cellule e galassie siano illusioni. Tutt’altro. C’è qualcosa là fuori, qualcosa di infinitamente ricco e sorprendente; qualcosa che non potremmo neppure cominciare a cogliere, senza le manipolazioni che riusciamo a realizzare e i concetti che riusciamo a inventare: senza esplicare la potenza di pensare implicata qua dentro, nella nostra capacità di farci immagini. Continua a leggere

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Non per noi

Non ho un’idea chiara e distinta da esporre, un racconto preciso da fare. I libri mettono pensieri nella mia testa più velocemente di quanto io sappia trovare che farne. Prendiamo ad esempio questi versi di Mark Strand dalla penultima raccolta, quella con il titolo bellissimo di Blizzard of One, “Bufera di un solo fiocco”:

What we desire, more than a season or weather, is the comfort
Of being strangers, at least to ourselves. This is the crux
Of the matter, which is why even now we seem to be waiting
For something whose appearance would be its vanishing —
The sound, say, of a few leaves falling, or just one leaf,
Or less. There is no end to what we can learn. The book out there
Tell us as much, and was never written with us in mind.

Ciò che desideriamo, più che una stagione o una condizione meteorologica, è il conforto di essere estranei, almeno a noi stessi. Questo è il punto cruciale, ed è il motivo per il quale anche ora sembriamo aspettare qualcosa il cui apparire sarebbe il suo svanire — il suono, diciamo, di poche foglie che cadono, o di una foglia soltanto, o meno. Non c’è fine a ciò che possiamo imparare. Il libro là fuori ci dice questo soltanto, e non fu mai scritto pensando a noi. Continua a leggere

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Inconclusive results

La buona educazione scientifica raccomanda di esporre i risultati della propria ricerca nella maniera più impersonale possibile. Non soltanto le opinioni e le inclinazioni personali dei ricercatori dovrebbero restare al di fuori del resoconto degli esperimenti o delle argomentazioni svolte; ma lo stesso processo di scoperta dovrebbe comparire soltanto nella misura in cui fosse indispensabile agli interlocutori per riprodurre i risultati riportati. Sono i risultati che contano. E contano se, e solo se, agli stessi risultati giungerebbe chiunque intraprendesse la stessa strada. Di fronte alla verità scientifica, “non esiste né giudeo né gentile, né schiavo né libero, né uomo né donna.” (Questo è uno dei tanti aspetti per cui la scienza moderna si presenta come una secolarizzazione del Cristianesimo — sia detto di passaggio.) Continua a leggere

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Domanda

Dopo un’interruzione così lunga, c’è ancora qualcuno di voi che presti attenzione a questa pagina? Qualcuno per il quale essa non debba restare necessariamente definitiva? Ho bisogno dei vostri colpi di tosse, dei vostri sopraccigli alzati in segno di curiosità, almeno in questo caso. E vi ringrazio, in ogni caso.

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